Pazienti con carcinoma renale in terapia antipertensiva con ASI sopravvivono più a lungo

29/1/2014 - Un’analisi retrospettiva condotta su 4736 pazienti, affetti da carcinoma del rene metastatico, ha rilevato una sopravvivenza significativamente superiore per i soggetti in terapia antipertensiva con gli inibitori del sistema renina-angiotensina (ACE-inibitori e bloccanti del recettore dell’angiotensina, ARB), rispetto ai pazienti che non assumevano questi farmaci. La sopravvivenza complessiva per i pazienti in cura con gli ASI è risultata pari, infatti, a 27 mesi, rispetto ai 17 rilevati per il gruppo che non li assumeva (p<0,0001; hazard ratio [HR] 1,258).

Gli ASI erano già stati associati a un incremento della sopravvivenza in altre forme tumorali, ma questo nuovo studio è, al momento, il più ampio ad aver analizzato la relazione tra questi farmaci e il cancro.

I dati elaborati per quest’analisi appartengono a due studi, rispettivamente di fase II e III, in cui sono stati valutati diversi farmaci, quali gli inibitori del fattore di crescita vascolare endoteliale (VEGF), come sunitinib, sorafenib, axitinib e bevacizumab, gli agenti mirati anti-mTOR, come temsirolimus, e l’interferone alfa.

Gli autori hanno condotto l’analisi su sottogruppi definiti in base agli antitumorali utilizzati, riscontrando che la differenza di sopravvivenza, correlata ai diversi tipi di antipertensivi, risultava statisticamente significativa solo nel sottogruppo in terapia con i VEGF inibitori. Nello specifico, in questo sottogruppo, la sopravvivenza media per i pazienti in terapia con gli ASI è risultata pari a 31 mesi, rispetto ai 20 osservati nei soggetti che non assumevano questi antipertensivi (HR 1,35; p<0,001). Non è emersa, invece, alcuna differenza significativa per i pazienti che assumevano ASI, ma in terapia con gli mTOR inibitori e/o l’interferone alfa.

Antipertensivi con meccanismo d’azione diverso da quello degli ASI (beta-bloccanti, bloccanti del canale del calcio, diuretici) non hanno prodotto lo stesso effetto sulla sopravvivenza. Nel sottogruppo di 783 pazienti in terapia con antipertensivi non ASI, la sopravvivenza complessiva è risultata pari a 18 mesi, paragonabile ai 17 osservati nel più ampio gruppo che non assumeva ASI (n=2736).

A giudizio degli autori, questo dato suggerisce un’interazione sinergica tra gli ASI e i VEGF inibitori, che si realizza, probabilmente, nell’inibizione dell’angiogenesi attraverso l’azione sull’angiotensina II. Quest’ipotesi potrebbe essere verificata con l’avvio di uno studio prospettico di fase II, in cui valutare gli effetti dei VEGF inibitori in pazienti con carcinoma renale metastatico, con o senza la somministrazione di ASI.

In questa fase, comunque, gli ASI dovrebbero essere somministrati solo ai pazienti ipertesi, senza essere utilizzati come misura profilattica.

Circa la metà dei pazienti considerati in quest’analisi risultava ipertesa al basale, ma l’ipertensione potrebbe anche manifestarsi come evento avverso correlato al trattamento con i VEGF inibitori. In tal caso, secondo quanto suggerito da questi dati, il trattamento di scelta dovrebbe essere rappresentato dagli ASI.

Lo studio è stato presentato al Genitourinary Cancers Symposium, tenutosi recentemente a San Francisco.

 

McKay RR, et al. Impact of angiotensin system inhibitors (ASI) on outcomes in patients (pts) with metastatic renal cell carcinoma (mRCC): Results from a pooled clinical trials database. GuCS 2014; abstract 437

 

http://abstracts.asco.org/142/AbstView_142_122604.html