Brentuximab vedotin incrementa la PFS nel linfoma di Hodgkin

17/06/2013 - Secondo quanto emerso dai risultati di un’analisi post-hoc, presentati alla dodicesima International Conference on Malignant Lymphoma (ICML) svoltasi recentemente a Lugano, brentuximab vedotin ha incrementato significativamente la sopravvivenza libera da progressione (PFS), in oltre il 60% dei pazienti trattati, affetti da linfoma di Hodgkin.

Brentuximab vedotin è un nuovo farmaco formato dall'unione di un chemioterapico (monomethyl auristatin E o MMAE) con un anticorpo diretto contro la proteina di membrana CD30, appartenente alla famiglia del TNF.

Il chemioterapico MMAE agisce inibendo la divisione cellulare, attraverso il blocco della polimerizzazione della tubulina. Il farmaco è molto tossico e non può essere somministrato come tale. Associato all’anticorpo, il chemioterapico è stabile nel circolo sanguigno e viene liberato direttamente all'interno delle cellule che esprimono il CD30, con un effetto molto mirato. In questo modo si minimizzano i potenziali effetti tossici del chemioterapico tradizionale, colpendo selettivamente le cellule tumorali che esprimono CD30.

L’analisi è stata condotta sulla popolazione intent-to-treat di due studi pivotali di fase II, in cui l’effetto del farmaco sulla PFS è stato confrontato con quello prodotto dall’ultima terapia precedentemente utilizzata dai singoli partecipanti.

Per il primo dei due studi sono stati selezionati 102 pazienti, con un’età media di 31 anni, affetti da linfoma di Hodgkin, recidivante o refrattario dopo un trapianto autologo di cellule staminali (ASCT). I partecipanti erano stati sottoposti a una media di 3,5 regimi chemioterapici (range: 1-13), prima di accedere allo studio. La terapia a base di doxorubicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina (ABVD) si è rivelata utilizzata dalla quasi totalità dei pazienti (91%). Dopo un follow-up medio di 27 mesi, l’impiego di brentuximab vedotin ha consentito al 62% di questi pazienti, pesantemente pretrattati, di prolungare la propria PFS, rispetto alle terapie precedenti. Con questo farmaco, infatti, la PFS è risultata pari a 9,3 mesi, rispetto ai 6,1 rilevati con le altre terapie.

In particolare, l’incremento della PFS si è osservato nel 63% dei pazienti ricaduti entro 6 mesi dall’ASCT e nel 65% dei pazienti ricaduti entro 12 mesi dal trapianto.

Il secondo studio è stato realizzato, invece, su 58 soggetti affetti da linfoma anaplastico a grandi cellule sistemico, refrattario o recidivante (sALCL) (età media: 52 anni). I pazienti erano stati sottoposti mediamente a 2 precedenti regimi chemioterapici (range: 1-6), prima dell’ingresso nello studio. Il regime maggiormente utilizzato si è rivelato quello a base di ciclofosfamide, doxorubicina, Oncovin e prednisone (CHOP), impiegato dal 72% dei pazienti sia in prima linea, sia come mantenimento. Dopo un follow-up medio di 22 mesi, brentuximab vedotin ha prolungato la PFS per il 67% dei pazienti. In particolare, con il nuovo farmaco la PFS media è risultata pari a 19,6 mesi, mentre è stata di 5,9 con le terapie precedenti.

John Radford, professore di oncologia medica dell’Università di Manchester e autore della pubblicazione, ha sottolineato come questi dati siano incoraggianti, particolarmente per una popolazione di pazienti in gravi condizioni e già pesantemente pretrattata.

 

J Radford, et al. Progression-free survival analyses of two pivotal phase 2 studies of brentuximab vedotin in patients with relapsed or refractory Hodgkin limphoma or systemic anaplastic large-cell lymphoma. Hematological Oncology, 2013; 31 (1). Poster 303

 

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/hon.2058/pdf

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